TNNLe fabbriche della tonnara di Marzamemi costruite dopo la privatizzazione dell’impianto, furono eseguite in “economia” nei materiali e nei volumi dai gabelloti, che dovevano per contratto provvedere anche ai benfatti, chiariti nell’entità della cifra nei regolari contratti. Dopo i primi danneggiamenti effettuati dal tempo seguirono quelli provocati dai francesi nella guerra del 1674 e poi i più gravi del terremoto del 1693. Nel 1752 si provvide alla costruzione di opere nuove e di importanti ammodernamenti atti a costituire un complesso con funzioni specialistiche polivalenti, essendo destinato a residenza signorile, ad alloggi del personale dipendente e locali per il ricovero degli scieri e degli ordigni di pesca; due grandi cisterne furono approntate per la raccolta dell’acqua da utilizzare come scorta estiva.

Varie famiglie di tonnaroti ed esperti carpentieri, provenienti da Siracusa e da Avola, gli Aliffi, i Bottaro, i Caldarella, i Geraci, i Gionfriddo, i Barone, proprio in quel periodo si stabilirono definitivamente a Marzamemi. Il palazzo del proprietario del piccolo centro fu edificato con l’eleganti lesene, i triglifi, l’alta cimasa decorata e le cornici architravate delle finestre, secondo i dettami dell’architettura colta. L’edificio è paragonabile per il suo apparato decorativo e per le sue dimensioni alle casine delle masserie feudali. Il complesso edilizio, che pare abbia ripercorso il vecchio tracciato arabo, fruisce di una copertura con orditura di legno e manto di tegole in coppi siciliani. La struttura è solida e in buono stato conservativo, ma le rifiniture e gli impianti sono inesistenti.

L’ampio locale della loggia, di fronte all’ampia balata, dove sono ubicati gli scieri, è coperto da un tetto in travi di legno sostenuto da pilastri; sul prospetto principale si aprono due grandi portoni. La pavimentatura è in basóle di calcare bianco. Da questo ambiente si accede ad un cortile interno (circa 247 mq.), sul qualeTN2 convergono sul lato est quattro vani, due dei quali abitati dal custode, e tre vani con cucina e bagno utilizzati stagionalmente dal proprietario; sul lato ovest cinque locali con volta a crociera e altri tre non utilizzati. Il piano superiore è suddiviso in dieci vani, due ripostigli, due bagni, cucina con impianti in pessime condizioni così come gli infissi di legno, divelti o sfondati. Nella grande piazza, dove era agevole asciugare la grande rete, sorge la chiesa esterna al gruppo edilizio della tonnara, dedicata a San Francesco di Paola, patrono dei pescatori, con abside, altare centrale e due laterali di statue della Madonna di Pompei, di Sant’Antonio da Padova, di San Francesco di Paola e alcune tele che rappresentavano San Simone e le anime del Purgatorio.

La cappella di San Francesco di Paola, a servizio del centro marinaro, è attualmente costituita dai soli muri perimetrali, anch’essi fatiscenti; tuttavia la chiesetta mostra molti elementi architettonici originari. Il rosone aperto sul cielo e la torre campanaria vuota sono il simbolo del tramonto dell’antico microcosmo di Marzamemi. Per la erezione dei fabbricati si utilizzò l’ottima arenaria, fornita dalla cave del principe Giardinelli, previo trasporto con carri trainati da buoi. Si tramanda che nella costruzione padronale siano stati adoperati grandi blocchi di arenaria provenienti da antiche fabbriche fatiscenti, con iscrizioni arabe. Gli elementi settecenteschi attualmente ben leggibili si mantengono con periodici “acconci e ripari”. Alla fine dell’Ottocento intervengono opere nuove per l’allestimento dello stabilimento per la conservazione e l’inscatolamento.

Le numerose attività destinate alla lavorazione dei tonni hanno richiesto grandi contenitori, spazi chiusi e ventilati, cortili e tettoie, che concorrono a far risaltare l’impotenza dell’intero impianto architettonico. Straordinaria era l’organizzazione del lavoro, basata su un ciclo di produzione articolato in due fasi: la pesca effettuata dalla ciurma e dai muciari, guidati dal rais e la lavorazione a terra TN3comprendente 40 operai guidati da specialisti genovesi. I vari momenti si susseguivano in questo ordine: calo delle reti, carico dei pesci sugli scieri, scarico a riva e selezione, trasporto all’interno dello stabilimento, sventramento, disseccamento e pulitura, trasporto e 24 ore di sgocciolamento, taglio, lavaggio, bollitura in acqua salmastra, essiccamento, inscatolamento, sterilizzazione a vapore. II prodotto era ottimo anche per le caratteristiche del tonno di ritorno poco grasso e particolarmente adatto alla conservazione.

Poco dopo l’edificazione dello stabilimento venne eretto il grande contenitore per il ricovero delle speronare, imbarcazioni a vela velocissime, che portavano il tonno fresco sui mercati di Malta ed un magazzino lungo la strada per Pachino, comprendente la zona di cottura ed un cortile per i lavori all’aperto. Altri manufatti sorsero lungo il porticciolo insieme ai depositi per il mosto, da trasportare ai luoghi di consumo. Il vasto fabbricato della tonnara fa parte del centro storico del piccolo agglomerato marinaro ed è stato oggetto di un piano di recupero urbanistico, nel quale sono previsti interventi di carattere conservativo per la chiesetta e per le parti strutturali dell’ex tonnara.

Tratto da: Annalena Lippi Guidi – Tonnare e tonnaroti / Malfaraggi della sicilia sud orientale.
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